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I nativi digitali Versione stampabile
Pasquale De Luca
 
I nativi digitali.
Lettura, scrittura e trasformazioni cognitive nella “Generazione Multitasking”
 
Pasquale De Luca
 
 
In un articolo pubblicato su Repubblica del 24 novembre 2009 il Rettore dell’Università di Bologna lamentava la grave impreparazione di base degli studenti che arrivano all’Ateneo: «Registro il fatto che nei ragazzi mancano i fondamentali: il saper parlare e scrivere». Il caso non è isolato. Presso le Università di Torino, Padova e Venezia sono stati istituiti corsi di recupero d’italiano. Del resto in un recente studio dell’European Center of Education (E.C.E.) si rileva che in Italia circa il 25 % dei laureati rischiano di arretrare nelle competenze linguistiche in un contesto in cui si stima che circa il 60 % degli italiani non ha letto un libro nell’ultimo anno.
 
Involuzione cognitiva e multitasking
 
Tuttavia questa situazione non sembra solo un fenomeno italiano. Nello scorso anno è stato pubblicato negli Stati Uniti un libro dal titolo: The dumbest generation, “La generazione instupidita”. Sulla copertina (volutamente provocatoria) spiccavano due frasi emblematiche: «Come l’era digitate sta rendendo stupidi i giovani americani mettendo in pericolo il nostro futuro. Ovvero, non fidatevi di nessuno sotto i trent’anni». L’Autore, Mark Bauerlein (2009), è docente di Inglese presso la Emory University di Atlanta e motiva la sua preoccupazione nei confronti delle nuove generazioni sulla base di alcune osservazioni: le conoscenze dei giovani sono sempre più lacunose; la lettura dei libri si è enormemente ridotta; la scrittura è sempre più approssimata (a causa anche del massiccio uso di SMS); spesso i ragazzi vengono presi in giro dai loro pari se utilizzano un linguaggio corretto e/o poco “gergale”; c’è un massiccio utilizzo di videogiochi che tende a isolare i ragazzi; sempre più spesso Internet viene usato solo per comunicare tra i pari (social network) e non per approfondire conoscenze; genitori e docenti sono sempre più estranei a queste modalità comunicative.
In Germania Frank Schirrmacher, Direttore del Frankfurter Allgemeine ha di recente pubblicato Payback dove, nella presentazione, si chiede: «Perché nell’era dell’informazione siamo costretti a fare ciò che non vogliamo fare, e come si fa a recuperare il controllo del nostro pensiero?». Il libro tratta della capacità di condizionamento, della pervasività dei nuovi media e di come questo fenomeno sia particolarmente evidente nelle giovani generazioni.
Ma è sicuramente l’articolo di Claudia Wallis dal titolo The Multitasking Generation, pubblicato su Time Magazine del marzo 2006 che ha suscitato l’interesse maggiore per questi argomenti. L’articolo riporta una ricerca commissionata dalla Kaiser Family Foundation alla UCLA di Los Angeles dove vengono studiati i comportamenti degli adolescenti in diverse famiglie americane con specifico riferimento all’utilizzo dei nuovi media digitali (telefoni cellulari, social network, console per videogiochi, smartphone ecc.) e alle conseguenze sul piano cognitivo e relazionale. “Multitasking” in informatica indica la capacità di un sistema di eseguire più programmi contemporaneamente. Applicato alle persone, “multitasking” è tutto ciò che porta a interrompersi di continuo per passare rapidamente da un’azione all’altra. Di fatto noi mettiamo in atto da sempre azioni in contemporanea: cuciniamo e ascoltiamo la radio, facciamo ginnastica e guardiamo la televisione, camminiamo e parliamo al telefono ecc. Ma cosa succede se mentre telefoniamo cerchiamo di leggere una mail; oppure se cerchiamo di seguire un discorso mentre scriviamo un SMS? Oppure ancora: si può seguire una trasmissione in TV e leggere il giornale ? Si riesce a studiare mentre si chatta su Messenger o Facebook? Il punto cruciale è contenuto in queste due parole: Cognitività e Automatismo. Quando il multitasking riguarda la comunicazione (media multitasking) ne risentono sia la capacità di condivisione emotiva, sia la capacità di concentrazione e approfondimento. I nostri adolescenti sono circondati da quella che è stata definita una “nuvola tecnologica”. Sono i gadget elettronici che occupano quasi a tempo pieno la giornata : I-Phone, I-Pod, telefono cellulare, mp3, laptop, palmare, PSP, Wii, PS2, Nintendo DS... E dentro questa nuvola, di fatto, si evidenziano sempre più elementi di isolamento, la scomparsa delle capacità riflessive, un’ attivazione continua e un’intolleranza al silenzio e alle “pause”.
Secondo Jordan Grafman, un neuro-scienziato del National Institute of Health (N.I.H.), il multitasking costituisce un superlavoro notevole per il nostro cervello. Spostare l’attenzione da un compito all’altro pregiudica la concentrazione, l’attenzione percettiva, l’apprendimento e l’acquisizione di una conoscenza approfondita. Tende a peggiorare le performance intellettive, riduce la produttività, rende meno pronti e incide sull’umore. Inoltre, molteplici attività in contemporanea creano soltanto l’illusione del saper fare tante cose insieme e soprattutto non fanno sicuramente guadagnare tempo.
Il sovraccarico informativo dato dall’invasività del Media Multitasking,  sommato all’impossibilità di gestire in modo adeguato questo iper-affollamento di stimoli in entrata, porta alla messa in atto di comportamenti “automatici”. Studi sperimentali hanno dimostrato che in queste situazioni facciamo: “le prime cose che ci sono venute in mente”; oppure “quelle che abbiamo fatto tante volte in passato” oppure “quello che fanno gli altri attorno a noi”. In sostanza rispondiamo così “per difetto” di un vero processo decisionale consapevole. Semplicemente si può dire che non abbiamo abbastanza risorse cognitive (o tempo) disponibili per riflettere adeguatamente sul da farsi.
Pertanto è possibile eseguire in parallelo un’azione “automatica” e una “di ragionamento” (ascoltare musica e rispondere alle e-mail o andare in bici e conversare). Ma se tentiamo di eseguire in parallelo due azioni “di ragionamento” (ascoltare una lezione e rispondere agli SMS o leggere un articolo mentre si parla al telefono), la profondità del ragionamento tende a ridursi.
Inevitabilmente una disabitudine all’approfondimento spinge verso una progressiva superficializzazione dell’apprendimento culturale. Infatti la rivista on-line Wired, particolarmente sensibile alle tematiche sui nuovi media, ha coniato il termine “Snack Culture” che indica un mix  caratterizzato dalla scarsa attitudine all’approfondimento e dall’abbondanza di informazioni. Un mix che tende a produrre versioni “mordi-e-fuggi” dell’offerta informativa, artistica, culturale, politica ecc.
 
Alfabetizzazione e sviluppo delle strutture cerebrali  
 
Ma, per comprendere meglio, facciamo un passo indietro. Il viaggio dell’uomo verso la parola inizia 4 milioni di anni fa con i primi ominidi ormai distinti dagli altri primati. Tale viaggio trova il suo perfetto sviluppo circa 35.000 anni fa quando laringe e corde vocali “scendono” distanziandosi dalla lingua e dalla faringe. Ma spiegare la comparsa della parola utilizzando solo la differenziazione anatomica sarebbe come spiegare il funzionamento di un impianto stereo musicale descrivendo solo gli altoparlanti.
Il viaggio verso la scrittura incomincia intorno a 20.000 anni fa. Pitture e  incisioni rupestri testimoniano la spinta espressiva dell’uomo primitivo che non si limita solo a fissare sulle rocce immagini dell’esistente: animali, scene di caccia. Vi sono testimonianze di rappresentazioni astratte e simboliche che rimandano a un’attività di pensiero più complessa. Intorno al 3.500 a.C. si datano le prime testimonianze di scrittura che appaiono come iniziali tentativi di “contabilità” di animali o di derrate alimentari. Si passa, poi, alla pittografia (geroglifici), una raffigurazione grafica degli oggetti, fino ad approdare alla logografia, cioè alla scrittura dei suoni delle parole. Questo passaggio (dalla pittografia alla logografia) determina lo sviluppo di nuove interconnessioni tra diverse aree cerebrali (corteccia visiva, corteccia uditiva primaria, area di associazione uditiva, area di Broca, corteccia pre-frontale). Ma è con l’alfabeto greco e l’introduzione delle vocali che il processo evolutivo della scrittura/lettura compie il suo balzo definitivo. Scrive Vygotsky: «Man mano che gli uomini imparano a usare la lingua scritta e a trasmettere le loro idee in modo più preciso, la loro attitudine al pensiero astratto e alla creazione di idee nuove accelera».
Da allora i sistemi di scrittura oscillano tra la scrittura del significato e la scrittura del suono. Queste due modalità coesistono e si completano. Tuttavia, per avere una conferma definitiva di queste teorie bisogna giungere ai giorni nostri quando, grazie alla Tomografia a emissione di positroni (PET), si è potuto documentare come nella lettura di parole, ascolto di parole, dizione di parole e pensiero associato a parole siano coinvolte differenti e ben definite aree cerebrali che si interfacciano attraverso complesse reti neuronali. Ed è sempre grazie alle recenti tecniche di Brain Imaging (PET, fMR) che si definisce meglio anche il ruolo del Corpo Calloso. Il Corpo Calloso è una formazione interemisferica cerebrale costituita da un complesso fascio di fibre nervose che consente la comunicazione tra i due emisferi. Le funzioni del Corpo Calloso non sono ancora del tutto chiare ma, vista la complessa rete di collegamenti in cui è implicato, contribuisce in maniera determinante a raccogliere, confrontare, associare, ricombinare e sintetizzare le informazioni. Di conseguenza la sua attività impedisce il frazionamento delle conoscenze. Esistono evidenze ormai consolidate che il processo di alfabetizzazione aumenta il volume e l’attività del Corpo Calloso. In base a queste evidenze i neuro-scienziati hanno acquisito la convinzione (confermando quanto già affermato da Vygotsky) che lo sviluppo del processo di lettura/scrittura ha potenziato nel tempo le capacità associative. Tutt’oggi la lettura/scrittura rappresenta una tappa determinante per lo sviluppo evolutivo dell’individuo. Da tutti questi elementi si evince con chiarezza l’importanza assoluta che le connessioni cerebrali hanno nell’organizzazione funzionale del cervello. Le linee di connessione, proprio come i collegamenti stradali, consentono nuovi scambi e nuovi sviluppi.
Come per altre funzioni cognitive, quindi, anche per la lettura/scrittura non c’è un “centro” specifico. Vi è, piuttosto, un “sistema” di aree collegate che interagiscono e si integrano. Alla nascita il sistema nervoso non è “già pronto” per una determinata funzione, è solo predisposto. Esiste un “progetto” biologico scritto nel genoma ma sono le esperienze e interazioni  con l’ambiente che determinano lo sviluppo di quella funzione. Così è stato anche per la lettura/scrittura.
 
Forme del sapere e possibili evoluzioni
 
Ritornando allo sviluppo delle tecnologie digitali, molti neuro-scienziati hanno ritrovato in questo fenomeno singolari analogie con il passato. Più precisamente hanno paragonato l’avvio dell’era digitale con la fase in cui si passò dalla cultura orale alla cultura scritta. Una straordinaria testimonianza di questo passaggio la troviamo nel Fedro di Platone: «Poiché la scrittura, Fedro, ha questo di potente, e, per la verità, di simile alla pittura. Le creazioni della pittura ti stanno di fronte come cose vive, ma se tu rivolgi loro qualche domanda, restano in venerando silenzio. [...] tu potresti anche credere che parlino come se avessero qualche pensiero loro proprio, ma se domandi loro qualcosa di ciò che dicono con l’intenzione di apprenderla, questo qualcosa suona sempre e solo identico».
E ancora sempre nel Fedro: «E, una volta che è scritto, tutto quanto il discorso rotola per ogni dove, finendo tra le mani di chi è competente così come tra quelle di chi non ha niente da spartire con esso, e non sa a chi deve parlare e a chi no»(Fedro 275d-e).
In fondo... Platone non sta forse parlando degli stessi dubbi e delle stesse perplessità che oggi chiamiamo: Realtà virtuale e Informazione incontrollata? Video-giochi e Google?.
Come sia finita la disputa tra sapere orale e sapere scritto è noto a tutti. La cosa è magistralmente espressa da Raffaello nel notissimo affresco chiamato La scuola di Atene presso i Musei Vaticani. In questo affresco Platone e Aristotele passeggiano discutendo amabilmente ciascuno con un libro sotto il braccio.
Quale sarà il destino dei Nativi digitali? Cioè di quei ragazzi che sono nati dopo gli anni 90? Che cosa seguirà alla progressiva sparizione dei libri e della lettura? Sono molti quelli che prevedono un progressivo, catastrofico impoverimento culturale. Una sorta di “neolitico digitale” in cui alla perdita della lettura/scrittura corrisponde anche una inesorabile perdita della capacità di riflettere, di ragionare. Insomma la generazione “instupidita” di cui parlava Mark Bauerlein.
Ma è anche possibile che, secondo una visione non-catastrofista, il nostro cervello stia cambiando, adattandosi a situazioni fino a ieri sconosciute. È possibile che la perdita della capacità di concentrazione su singoli argomenti e della capacità di elaborare approfonditamente il proprio patrimonio informativo sia semplicemente un inevitabile processo dell’evoluzione umana
È possibile che sia in corso un passaggio dall’uomo “verticale” all’ uomo “orizzontale”. Cioè un uomo non più orientato alla “profondità” o alla “complessità”, bensì alla superficialità e alla semplificazione. Un uomo in cui la perdita della profondità viene sostituita con la connettività full-time e full-space che modifica i limiti antropologici di tempo e di spazio e integra la realtà “reale” con quella virtuale. Che dimensione è, per esempio, quella delle chat-line dove oltre allo spazio e al tempo si può manipolare anche l’identità? Non a caso si parla di “surfing”. E non solo per indicare la navigazione in Internet. Surfing è anche questa modalità di solcare le enormi distese di input informativi, ma sempre a pelo d’acqua. Veloci. Un morso e via (Snack Culture).
Nick Bostrom è il Direttore del Future of Humanity Institute presso la Facoltà di Filosofia dell’Università di Oxford. È fermamente convinto che si debba ormai parlare di un’evoluzione “innaturale”, cioè non più solo Darwiniana. In sostanza, secondo Bostrom, l’impatto della tecnologia chiaramente visibile sull’ambiente “esterno” (biosfera) comincia a  evidenziarsi anche sull’ambiente “interno” (neuro-psico-biologico). In questo senso si riferisce al ruolo specifico della tecnologia applicata al processo delle informazioni e delle relazioni interpersonali (il media multitasking e i social network).
La crisi della lettura/scrittura potrebbe essere un primo sensibile marker di questi processi di cambiamento. La riduzione della capacità di lettura e scrittura sarebbe un po’ come la riduzione dei ghiacciai, che incominciano a sciogliersi a causa dei mutamenti climatici. Ma la crisi di lettura e scrittura nelle nuove generazioni va vista anche come la logica conseguenza della prevalenza del visivo sul narrativo. Nuove generazioni che sempre di meno fanno l’esperienza di “ascoltare” le fiabe lette dai genitori e sempre più le “guardano” sul DVD o in TV.
«Non siamo nati per leggere» dice Marianne Wolf in un suo recente libro. Il processo di lettura/scrittura non è connaturato con l’uomo. Come abbiamo visto si è inserito in un’organizzazione preesistente del nostro cervello  attraverso quello che è stato definito “riciclaggio neuronale”. Parti di corteccia visiva, uditiva e motoria sono state riconvertite e sono state ri-cablate con lo sviluppo di nuove connessioni neuronali rispondendo così a nuovi input ambientali e culturali. È la plasticità del cervello. Quello stesso fenomeno che ci consente di riprendere a parlare e camminare dopo un ictus cerebrale. Riciclaggio neuronale che ha trasformato parti di corteccia visiva che per decine di migliaia di anni erano servite a decifrare le tracce della selvaggina sul terreno, e le hanno rese capaci di generare incisioni, pitture, segni e, infine, lettere dell’alfabeto. Plasticità e riciclaggio che hanno dato agli scribi il dono divino di “ascoltare le parole con gli occhi”. La creazione della scrittura su base fonetica. Qualcosa di così straordinario che non può che essere di origine divina. Il Dio Thot nell’antico Egitto, con la testa di ibis. Gamesh in India, il Dio con la testa di elefante e la zanna spezzata perché usata come pennino quando creò la scrittura.
Probabilmente saranno sempre la plasticità e il riciclaggio neuronale che daranno una risposta a questa invasione del digitale. Ancora una volta ri-convertiranno strutture e connessioni del nostro cervello, in virtù delle diverse sollecitazioni ambientali e culturali.
E, ancora una volta, noi muteremo.
  
 
Riferimenti bibliografici
 
Baricco A. (2006), I barbari, Fandango, Roma.
Bauerlein M. (2009), The Dumbest Generation, Penguin, London.
Bostrom N. (2009), When Will Computers Be Smarter Than Us? http://www.forbes.com
Corballis M.V. (2008), Dalla mano alla bocca. Le origini del linguaggio, Raffaello Cortina Editore, Milano
Dehaene S. (2009), I neuroni della lettura, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Guazzaroni G. (2009), New Media: dalla snack culture al multitasking, i nuovi modi per fruire l’informazione, http://www.supercom.it/
 
 
Longo G. (2010), La sfida dei bambini multitasking, http://www.apogeonline.com
Mantellini M. (2006), Contrappunti/ La trappola del multitasking,  http://punto-informatico.it
Mariotti N. (2009), Il multitasking: incontro con il senso nell’età del movimento, http://www.spc.it
Schirrmacher F. (2009), Payback, Blessing, München.
Tomasello M. (2009), Le origini della comunicazione umana, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Vygotskij L.S. (1934), Pensiero e linguaggio, Giunti, Firenze, 2007.
Wolf M. (2009), Proust e il calamaro, Vita e pensiero, Milano.
Wallis C. (2006), The Multitasking Generation, TIME, Sunday, Mar. 19, 2006
 
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